Cosa c’entra la Corea cogli anni 1948-1949? C’entra intanto perché comincia una guerra lì in Corea, in quegli anni, che, a pensarci, non è finita ancora adesso, ma che soprattutto poi, diventerà la guerra del Vietnam, quelli per cui i ragazzi e le ragazze della mia generazione sono scesi in piazza, quella per cui Gianni Morandi ha cantato “C’era un ragazzo…”, quella per cui “l’eroico popolo vietnamita” come si ripeteva a pappagallo allora e la sua guerriglia hanno sconfitto la potenza imperialistica americana (col senno di poi mi sorge il dubbio che “l’eroico popolo vietnamita” fosse aiutato da qualche potenza antiamericana…a pensar male si fa peccato ma….), poi perché chiamavamo Corea nella casa di campagna che avevamo in via Ranco, sopra a Savona un’aia dove noi bambini andavamo a giocare, tutta buche, terrapieni, sembrava un campo di battaglia, un “Corea” appunto. Il nome le fu dato  quando io ero ancora in fasce – cosa ho detto fasce!, anche questa è una cosa che con i neonati non si fa più!-.

Allora vi racconto anche cosa erano le fasce. In una parola erano una tortura perchè per almeno 40 giorni – mi sembra – le mamme legavano le gambe dei bambini perchè si diceva che se non lo avessero fatto le gambe stesse diventavano storte. Le fasce erano tolte solo quando ti cambiavano i pannolini, i quali pannolini erano di tela e non di fibre sintetiche come quelli di ora. Io me li ricordo ancora perchè li usarono i pannolini anche per mia sorella e qunado glieli tolsero avevo già quattro anni.

E’ strano come nella mia memoria si siano fissatiricordi antichissimi, alcuni, altri, li abbia cancellati (mi piace di più écrasé, il francese rende più l’idea, è più duro e in questo caso la durezza sta ad indicare che quello che non vuoi ricordare lo “écrase”).

Tutta la mia vita é così: un perenne ricordo di quello che mi é piaciuto o comunque degli eventi sua drammatici che mi hanno formato. E’ un ricordo soggettivo, quindi magari oggettivamente non è  attendibile. Cancellare ciò che non mi piace é ciò che mi ha salvato!

Mia madre me la ricordo giovane e sorridente, mentre lavava i piatti e io la sollevavo da terra e lei rideva e si divertiva…mio padre lo ricordo vivo e “stundaiu”, non all’obitorio quando i miei parenti mi lasciarono solo con lui credendo avessi qualcosa da dirgli: Che potevo dire a un corpo senza vita? Quello che avevo da dirgli glielo avevo detto da  vivo, quando andavamo in montagna, quando pranzavamo o cenavamo, quando mi faceva i suoi racconti da partigiano – pochi perché aveva un grande pudore dei suoi atti –  Marta me la ricorderò sempre con il suo vestito a fiori, il cappello di paglia, a Firenze, ad Altopascio, quando era allegra di essere nei suoi luoghi, in bicicletta sulle mura di Lucca…. Mi ricordo il mondo come voglio io, per poter dare una significato positivo alla mia vita. Non so quanto vivrò ancora, ma questi ultimi anni li voglio leggeri…